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I MECCANISMI DELLA CREATIVITÀ

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di Alfredo Sgarlato

Lezione 1

La creatività artistica è probabilmente la capacità più affascinante e misteriosa della mente umana, ed è da secoli oggetto di riflessione. Per gli antichi, come qualsiasi comportamento, era qualcosa che proveniva dal di fuori, le muse, il “daimon”, o il “duende”, come lo chiamano in Spagna, erano gli spiriti che si impadronivano dell’artista e gli portavano l’ispirazione.

Freud, nel suo scritto, “Il poeta e la fantasia” (1908, nel cui titolo il termine tedesco “dichter viene normalmente tradotto come “poeta” anche se in realtà nel suo significato comprende tutti gli scrittori creativi), il padre della psicoanalisi paragona la creazione artistica al sogno ad occhi aperti: immagina un giovanotto che si reca a un importante colloquio di lavoro e fantastica su come si svolgerà, su come sarà la sua vita futura e, ovviamente (sappiamo qual è per Freud il motore della vita umana), come insieme al lavoro troverà la donna della sua vita. In questo breve lavoro, straordinario come sono spesso le opere presunte “minori” di Freud, il viennese accomuna la fantasia al gioco infantile, facendo notare come in molte lingue giocare, recitare e suonare si dicano con lo stesso termine, identificando come motore del gioco il desiderio e il piacere. L’artista adulto vorrà dare piacere anche al pubblico, e noi spettatori gradiamo questo piacere, che ci libera dalla tensione (l’effetto “catartico” di Aristotele).

Comunque per Freud la creatività è qualcosa di innato, non appreso, in cui influisce anche il patrimonio di miti e leggende, che definisce “i sogni secolari” e Jung chiamerà inconscio collettivo. Uno dei più brillanti allievi di Freud, Otto Rank, studia la personalità dell’artista. Secondo Rank il nevrotico è un “artista mancato” che trasforma i propri conflitti in sintomi; l’artista riesce invece a trovare un equilibrio tra pulsioni e realtà esprimendole nella creazione, sapendosi porre, a differenza del nevrotico in un contesto collettivo, l’idea che la bellezza dev’essere condivisa, contribuendo ad arricchire la società. Però sia per Freud che per Rank l’artista è comunque una persona problematica, per il primo in fuga della realtà e desidero di immortalità, per il secondo più inserito, ma sempre dilaniato da conflitti (ma chi non lo è?).

Generalmente gli studi sulla creatività prendono in considerazione soprattutto la personalità dell’artista. Gardner (psicologo e scrittore di fantascienza) ha preso in esame la correlazione tra creatività e intelligenza, esaminando una serie di soggetti e notando che la creatività si correla a un Q.I. alto ma non altissimo; queste ricerche però sono sempre da prendere con cautela perché non esaustive. Una ricerca ipotizza che la persona creativa abbia una maggiore ricezione agli stimoli percettivi, un minore filtro: Kafka e Cechov riferiscono esperienze di questo tipo.

Secondo D’Argembau e Van Der Linden, la creatività si sviluppa non solo fantasticando sul futuro, ma anche ripensando episodi del passato e ipotizzando sviluppi alternativi. Lo psicologo americano di origine ungherese Csikszentmihalyi propone una teoria sistemica della creatività che prende in considerazione il contesto in cui cresce l’individuo. Secondo l’autore nessun tratto di personalità è presente in modo sistematico nelle persone creative, per cui bisogna ricorrere ad una spiegazione basata sulla complessità, sia di fattori personali che sociali.

In particolare Csikszentmihalyi pone l’accento su quelli che chiama “accesso al dominio” e “accesso alla specialità”. Per dominio intende l’insieme di conoscenze tipiche di una singola arte o, più in generale, di una cultura: essere cresciuto in una famiglia di musicisti o appassionati favorirà il talento musicale (spesso però i figli d’arte sono schiacciati dal talento dei genitori), soprattutto stimolando un interesse precoce, altro fattore decisivo. Quindi anche il caso (il destino, il karma, chiamatelo come preferite) influisce sul futuro creativo. Per specialità intende la capacità pratica di divulgare il proprio talento. Dal punto di vista più strettamente caratteriale, la persona creativa mostra una capacità di equilibrare gli opposti: l’Autore delinea dieci dimensioni della complessità: energia fisica–riposo, intelligenza-innocenza, gioco-disciplina, immaginazione-senso della realtà, estroversione-introversione, umiltà-orgoglio, mascolinità-femminilità, conservatorismo-ribellione, passione-obbiettività, sofferenza-entusiasmo.

La condizione mentale in cui si trova l’artista nella fase della creazione, è quel momento che l’autore chiama “flow”, flusso, in cui la persona sembra totalmente immersa nel proprio obiettivo, presente anche nello sportivo, ma raggiungibile anche da chiunque per avere momenti di pace con sé stessi. In questa condizione, la persona riesce a bilanciare il proprie scopo con le proprie capacità, abbandonando l’egocentrismo autoreferenziale, riducendo l’ansia.

Un altro fondamento della personalità creativa è quello che viene chiamato “pensiero laterale” o, seguendo il grande psicoterapeuta Gianfranco Cecchin, “irriverenza”, ossia la capacità di vedere le cose da più punti di vista, rompendo gli schemi, uscendo dalla comodità del conformismo dominante e, per esempio, chiedendosi come qualcosa che può sembrarci assurdo potrebbe essere sensato.

Concludiamo con l’opposto della creatività: la distruttività. Secondo lo psicoanalista Antonino Ferro, se si ha un forte carico di emozioni che non si sa trasformare creativamente in immagini (o, aggiungo io, in qualsiasi attività o relazione appagante), questo deve in qualche modo essere “evacuato”, e si trasforma in aggressività, rivolta sul proprio corpo (malattie psicosomatiche) o “agito” in comportamenti antisociali o criminali.

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