LA PERCEZIONE

LA PERCEZIONE

di Alfredo Sgarlato

Lezione 2

Quando parliamo di apprezzamento e fruizione di un’opera d’arte, è ovvio parlare di come funziona la percezione umana della realtà. Siamo bombardati da stimoli, e il cervello prova la necessità di mettere ordine nel caos, di trovare costanti dove c’è mutamento continuo, e di riportare il nuovo al già conosciuto, il particolare all’universale (operazioni automatiche, che invece per un autistico sono difficilissime, creando un continuo stato di angoscia). Chiedendoci come avviene la percezione del mondo, come possiamo essere sicuri che ciò che percepiamo è la realtà, verrebbe spontaneo rispondere che vediamo il mondo così perché è così e non potrebbe essere altrimenti; invece anche la percezione segue regole complesse e spesso ci inganna. Esistono illusioni ottiche e opere d’arte basate su si esse (Vedi Escher). Lo studio della psicologia della percezione si sviluppa soprattutto in Germania dal 1912 agli anni ‘30, soprattutto da parte di Wertheimer, Köhler e Koffka (più Kurt Lewin, che applicherà le teorie della forma alla psicologia sociale), di cui poi si parlerà come di scuola della “Gestalt” (forma). A partire dalle illusioni ottiche (le eccezioni sono il miglior modo di comprendere la normalità) arrivano a comprendere il funzionamento della percezione soprattutto visiva, ma anche di quella uditiva e tattile, che non si discostano. La mente umana segue una serie di principi per organizzare la massa confusa degli stimoli visivi in entità ordinate:

  • vicinanza (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze);
  • somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili);
  • buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo);
  • destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente);
  • figura-sfondo (tutte le parti di una zona si possono interpretare sia come oggetto sia come sfondo);
  • buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice);
  • pregnanza (nel caso gli stimoli siano ambigui, la percezione sarà buona in base alle informazioni prese dalla retina);
  • esperienza passata.

Allo stesso modo potremmo chiederci perché riusciamo a vedere la tridimensionalità o il movimento: perché è così è la risposta ingenua. Anche in questo caso la mente opera ricostruzioni, basandosi su relazioni, gradienti e disomogeneità: se il mondo fosse tutto omogeneo non vedremmo nulla. Le teorie della gestalt influenzarono molto la cultura tedesca di inizio ‘900, soprattutto il cinema: lo stile detto “Espressionista” di Lang, Murnau, Wiene, deve molta ad essa; ricordando che si tratta di cinema muto, per cui tutta la componente emotiva doveva essere creata dalle immagini, non essendoci dialogo.

Anche la percezione del colore ci sembra naturale e invece non lo è, ma è mediata da elementi culturali e simbolici. La gran parte degli animali non distingue il colore, o percepisce semplicemente variazioni di sfumature. Lo storico Pastoreau, esperto nel simbolismo dei colori, spiega che nel medioevo due colori diversi ma entrambi opachi o lucidi erano percepiti come più simili di due sfumature dello stesso colore. I coreani usano lo stesso termine per il rosso e l’arancione, i giapponesi per il verde e il giallo, il che non vuol dire che non li distinguano, semplicemente non li considerano così diversi da meritare nomi differenti. Gli Hanunoo delle Filippine hanno solo quattro parole per distinguere i colori, e sono riferite allo stato del fogliame. Ci sono eventi storici e simbolici legati alla percezione del colore, pensiamo al viola, simbolo della Quaresima, e per gli attori dei teatri chiusi, per cui “porta sfiga”, o il verde, legato a un raccolto abbandonante e quindi alla speranza. Gli antichi romani odiavano il blu, poiché non sapevano produrlo, e lo riservavano, durante i giochi al Colosseo, ai barbari più violenti. Prendiamo i tre colori della bandiera francese: essi sono scelti con un significato sociopolitico: bianco, fratellanza, poiché è simbolo della luce e quindi della presenza di Dio (ma per gli orientali è il colore del lutto, perché è assenza di colore, mentre il nero li comprende tutti); rosso, uguaglianza, perché è il colore del sangue (ma essendo il colore del sangue è anche quello del sesso, le luci rosse…); blu libertà, e questo è un po’ più complicato da spiegare… la libertà è un valore che nasce con la borghesia (finché l’umanità era divisa in nobili e servi, o addirittura schivi, era un concetto incomprensibile), così come il decoro, il buon gusto (il popolo è per definizione volgare, e i nobili anche, perché nessuno osava criticarli) e quindi il vestire in blu. Per la musica valgono gli stessi concetti: una serie di suoni in realtà staccati, grazie alle relazioni tra loro è da noi percepita come melodia e armonia. E ben presto i compositori scoprono che le tonalità musicali hanno proprietà fisiognomiche, e ispirano emozioni come nostalgia (si minore, Brahms), tristezza, gioia, inquietudine (il tritono). Spesso ci chiediamo come mai le canzoni degli anni ‘60 sono indimenticabili e quelle di altre epoche non altrettanto: aldilà dei gusti personali, i compositori di quel periodo, che fossero Bacharach o Tenco o altri, erano molto più preparati e capaci a usare le qualità emotive legate all’armonia.

Un fenomeno molto particolare è la sinestesia, ovvero la fusione di stimoli sensoriali diversi: la persona sinestetica vede il colore di un suono o conosce il gusto di una forma; ma non è chiaro quale ne sia la causa, se sia un malfunzionamento o un funzionamento migliore di neuroni o aree cerebrali.

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